domenica 12 febbraio 2012

Se non ora quando, un anno dopo


L'ANNIVERSARIO
Lavoro, parità e stop alla violenza
le nuove sfide per "Se non ora quando"
Il movimento femminile compie un anno: milioni di donne, affiancate da molti uomini, scesero in piazza per chiedere dignità e rispetto. In 12 mesi tanti obiettivi raggiunti ma il percorso è solo all'inizio: "Vogliamo segnare una nuova stagione politica con la nostra forza"
di ANNA BANDETTINI
PER L'ITALIA fu un fatto inedito e inaudito: mai si erano viste un milione e mezzo di donne (ma anche parecchi uomini) in piazza in 230 città del paese 1, unite per chiedere dignità e rispetto in un momento in cui, ogni giorno, venivano calpestati dalla cronaca politica.

Inedito anche che una tale mobilitazione fosse stata organizzata in tre settimane senza partiti, senza sindacati, senza formazioni politiche, ma grazie al tam tam telefonico e sul web di alcune donne che avevano intercettato il sentimento del paese e che in breve erano state capaci di coinvolgere migliaia di lavoratrici e precarie, donne laiche e cattoliche, giovani e anziane, di destra e di sinistra, e anche uomini.

Era il 13 febbraio 2011. Quel giorno ha segnato, nella storia recente dell'Italia, l'inizio della fine dell'era berlusconiana ma anche il definitivo riconoscimento pubblico del grande patrimonio di esperienza, sapere, pratica del femminismo italiano.

E lo slogan di quella manifestazione, "Se non ora quando" (Snoq), è diventato il simbolo e la sigla di una nuova realtà, la prima rete di donne, dove oggi operano associazioni che lavorano già da anni, come Filomena, Di Nuovo, Usciamo dal silenzio e molte altre, ma anche donne di diversa estrazione e provenienza: artiste come Cristina e Francesca Comencini, docenti universitarie come Serena Sapegno e studentesse, donne di destra come Flavia Perina, cattoliche come Silvia Costa.


Al compimento del primo compleanno Snoq vanta già sedi e comitati in tutta Italia (perché il rispetto delle esperienze sul territorio è una delle forze da non disperdere); ha organizzato i primi Stati Generali delle donne italiane 6 (lo scorso luglio a Siena) e una seconda manifestazione a Roma 7 (l'11 dicembre) per ribadire al nuovo governo Monti, fresco di insediamento, che "le donne sono una risorsa del paese, necessaria per uscire dalla crisi, che senza le donne non si va da nessuna parte".

Soprattutto Snoq è diventato un progetto politico femminile che intende dialogare con le forze politiche e imporre nell'agenda del governo i temi delle donne: a cominciare dalla conciliazione dei tempi casa-lavoro, ai servizi, a una riforma del welfare che non faccia pagare solo alle donne il peso della crisi.

"Vogliamo contare nelle decisioni politiche", dicono a Snoq che per questo ha avviato una serie di colloqui ufficiali con la politica a partire dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, al ministro Fornero e Susanna Camusso, segretario generale della Cgil.

Ma non basta, per il futuro Snoq vuole "segnare una nuova stagione politica con la nostra forza, contare sulla scena pubblica". E dunque, oltre a proseguire l'attività dei comitati territoriali (a Bologna lo scorso 10 e 12 febbraio è stato organizzato un convegno sul lavoro, presto ce ne sarà un altro a Milano sulla rappresentanza), Snoq ha lanciato per i prossimi mesi quattro fronti di impegno: "La battaglia per una effettiva democrazia paritaria nei luoghi dove si decide"; la richiesta del "50-50" (metà uomini metà donne) dalla politica ai consigli di amministrazione.

Altro punto di impegno quello sul lavoro (in Italia l'attività femminile si stima intorno al 47 per cento) e sulla "rappresentazione" della donna, in particolare nei mass media, che spesso restituiscono una immagine femminile che non corrisponde alla realtà.

Infine, strettamente collegato a questo, il dramma della violenza maschile sulle donne. "Vogliamo avviare - dicono a Snoq - una campagna di conoscenza nelle scuole e nelle università, nei luoghi di cultura perché la violenza si combatte cambiando la mentalità, la cultura che fa della donna un possesso maschile".

In collaborazione col ministero dell'Istruzione, delle Pari Opportunità e degli Interni verranno organizzati incontri e spettacoli in particolare per i giovani "perché è ora di aprire in Italia la 'questione maschile': è arrivato il momento che fidanzati, padri, amici, colleghi inizino una riflessione sui propri comportamenti, come le donne hanno fatto ormai da anni: se non ora quando?". Vale anche per gli uomini.
(13 febbraio 2012) © RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 26 dicembre 2011

DOVE 'E L'EGUAGLIANZA??????

di Orazio Licandro | 26 dicembre 2011
Caro Presidente, dov’è l’uguaglianza?
Stento a capire, credetemi, ma gli ultimi interventi del Presidente della Repubblica, dalla excusatio sul corretto uso dei suoi poteri all’intervista sul Corriere della Sera della vigilia di Natale, contribuiscono a rafforzare le mie perplessità sull’aderenza alla Costituzione della fase politica e delle scelte che si stanno determinando, e sul pesante condizionamento esercitato da poteri forti (banche e finanza) stranieri sull’Italia, con un’impressionante perdita del tasso della sua sovranità.


Con rispetto verso la tesi contraria del Quirinale, sono tra coloro sostengono che un grave vulnus sia stato inflitto alla nostra democrazia costituzionale. Rassicurare che al momento stabilito si andrà a votare è la dimostrazione che in effetti qualcosa di grave sia avvenuto. Giustificare certe mosse sulla base dell’emergenza significa simmetricamente che gli argini costituzionali non ne hanno impedito un’“esondazione”. Le ragioni del Capo dello Stato sono tanto più deboli quanto più si passano in rassegna gli anni della devastazione berlusconiana, durante i quali l’atteggiamento del Quirinale è stato improntato a una tale prudenza da non aver neppure impedito che un nugolo denso di leggi incostituzionali fosse approvato e promulgato.

Eppure il funzionamento di una democrazia non è soltanto il rispetto di regole e procedure, per quanto assolutamente rilevanti, ovvero la democrazia formale. Ma è qualcosa di più, è la dimensione di fatto a misurare il tasso di democrazia e dei principi fondamentali su cui si impernia, altrimenti l’art. 3 della Cost. a che servirebbe? Simmetricamente, è sempre sul piano fattuale che sovente si registra la gravità di ciò accade o, nel nostro caso, è accaduto.

Chi stabilisce che l’emergenza debba essere affrontata nel modo in cui la si è affrontata, tanto da far sostenere in una parossistica ubriacatura di presidenzialismo che per il futuro così bisogna procedere? E dinanzi a una crisi della portata di quella che ci ha avviluppati, e che implica scelte assai gravi, chi se non è il popolo, nelle forme previste dalla Costituzione, deve decidere da che parte andare, quali priorità individuare, quali interessi e ceti tutelare maggiormente? Occorreva innanzitutto non un nuovo governo, ma un nuovo Parlamento. Un parlamento diverso dall’attuale (bloccato e squalificato da scandali, veti, ricatti). Né vale dire che in tal modo saremmo stati alla mercé degli speculatori, perché invece è proprio così che si subordina un intero popolo al ricatto degli speculatori. Né tantomeno vale l’obiezione qualunquista secondo cui gli italiani avrebbero rivotato allo stesso modo, perché se così è eliminiamo una volta per tutte anche il voto popolare…

Si è detto che l’intenzione era di evitare una sorte analoga a quella della Grecia; e invece è proprio allo scenario greco che costoro ci condanneranno. E aver impedito il voto e aver voluto ferreamente un governo che ubbidisse ciecamente a banche e finanza ha strette analogie con l’aver impedito in Grecia il referendum e preteso un Presidente del tutto omogeneo alla Bce. Del resto, in questi giorni tutti, anche le Vestali dell’informazione a presidio del governo Monti non possono nascondere taluni dati oggettivamente terrificanti:
1) divario impressionante tra salari e prezzi;
2) carattere recessivo della manovra;
3) impoverimento generale;
4) intollerabile tassazione su lavoratori subalterni e pensionati, cioè i soliti tassati ancora tassabili;
5) spread oltre i 500 punti.

Almeno Mario Sarcinelli (toh! un altro Mario, banchiere), sempre sul Corriere del 24 dicembre, ha usato parole di verità: “C’è stato un errore di comunicazione: rigore, equità e crescita sono concetti che non hanno la medesima priorità”. Evviva la sincerità! Equità e crescita non sono una priorità. Errore di comunicazione o inganno popolare? Allora Presidente Napolitano e Presidente Monti, se non vi sembra irrispettoso, potreste spiegare a che gioco si sta giocando? Dove state portando questo Paese, e soprattutto a chi lo state consegnando?

E allora, mi scuserà il Presidente della Repubblica, ma nel leggere la sua lunga intervista al Corriere della Sera, non riesco proprio a mandare giù la retorica dal sapore un po’ patriottard0 del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Non vediamo nulla da festeggiare! Mi auguro, con sincerità, che nel suo tradizionale messaggio di fine d’anno ci risparmi inutile retorica e spenda qualche parola su chi versa in disperate condizioni materiali di vita.

Non c’è nessun orgoglio ritrovato con un governo costituito da un manipolo di uomini ricchi e potenti che, per quanto rispettabili, perseguono le peggiori politiche liberiste e antisociali in perfetta continuità con il passato, anzi se possibile addirittura con maggior estremismo. E’ difficile immaginare di rinsaldare il sentimento di unità quando un’intera classe politica ed economica permette che il divario tra Nord e Sud si aggravi ancora, e nessuna prospettiva di crescita se si permette ancora all’inestirpabile sovversivismo della classe dirigente italiana, da Marchionne in giù, di spolpare la carne degli strati popolari e del ceto medio.

Si smetta di mostrare accondiscendenza o indifferenza verso il capitalismo più familistico, rozzo e vorace che calchi il suolo europeo; basta prudenza verso potenti e lobby. Chi riveste o rivestirà alti incarichi istituzionali sia davvero interprete del sentimento comune degli italiani, che versano in stragrande maggioranza in difficoltà se non in stato di disperazione, e non di quella vera casta trasversale del 3% che detiene potere e ricchezza.

Cicerone, un campione del partito conservatore degli optimates, così affermava: “la concordia non ci può essere quando il denaro viene tolto agli uni e condonato agli altri, poi l’eguaglianza viene del tutto estirpata se non è consentito a ciascuno di avere il suo”. Concordia ed eguaglianza: Presidente, nei numerosi interventi ricorre tanto il primo termine mentre assai raramente abbiamo sentito pronunciare il secondo. In ogni caso ciò che sta facendo questo governo toglie speranza di concordia e di eguaglianza.
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mercoledì 28 settembre 2011




giovedì 1 settembre 2011


di Nicola Tranfaglia -

Chi conosce a fondo i media, perché ci lavora o insegna la loro storia, sa anche che, nella grande trasformazione tecnologica che ha caratterizzato il mondo contemporaneo negli ultimi dieci-quindici anni, hanno avuto luogo due fenomeni che vale la pena sottolineare con forza:

1) che i media hanno per così dire “inghiottito” la politica, hanno avuto cioè un ruolo crescente a determinare gli atteggiamenti delle masse popolari e ex-borghesi (non si può parlare di borghesie come se ne parlava una volta) e hanno avuto un ruolo centrale nel provocare i cambiamenti intervenuti negli ultimi tre-quattro anni con l’espandersi della crisi economica mondiale, dalle rivolte studentesche nelle metropoli a quelle decisive nel Maghreb come in tutto il nord Africa;

2) che è difficile parlare dei vecchi e dei nuovi media come se fossero realtà separate tra loro. Riprendendo un tema già individuato da Mc Luhan alcuni decenni fa come “rimediazione”, dobbiamo dire che “i nuovi media non sostituiscono i vecchi ma li trasformano, adattandoli alle proprie dinamiche e i vecchi reagiscono appropriandosi a loro volta del linguaggio dei nuovi. La televisione, i giornali e la radio si reinventano grazie alla rete e la rete “copia” i linguaggi dei vecchi media. Non esiste una successione lineare, tutto si mischia.”

Questi fenomeni emergono con chiarezza, e non poteva essere diversamente, dall’interessante conversazione che è al centro de L’Eclissi. Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica. (Manni editore, pp.95, euro dieci) di due noti studiosi dei “nuovi media” come Carlo Berardi (noto in altri tempi a molti di noi come Bifo) e di Carlo Formenti, del quale ho letto da poco un saggio di notevole interesse e originalità, intitolato Felici e sfruttati edito dalla casa editrice Egea che affronta il tema degli “intellettuali cognitivi” nella società contemporanea. Restano naturalmente in piedi, e i due autori ne sono consapevoli, i dati qualitativi e quantitativi che caratterizzano ogni paese in Europa e nel mondo.

Così il caso dell’Italia si differenzia da quello degli Stati Uniti, come da quello di altri grandi paesi europei, perché vede, da una parte, un primato indiscutibile del mezzo televisivo rispetto ai giornali e in parte anche alla rete (anche per gli ostacoli che la maggioranza politica attuale continua a interporre contro l’estensione che tanti richiedono della “banda larga”).

Siamo in Italia – è il caso di ricordarlo – in una situazione nella quale soltanto il 24 per cento dei cittadini apprende le informazioni attraverso la stampa e più dell’80 per cento utilizza anzitutto e a volte soltanto i canali televisivi per conoscerle. E questo dipende dal livello dell’istruzione della popolazione che non possiede, per più di due terzi, gli strumenti cognitivi necessari per apprendere le notizie sui quotidiani e sui settimanali. Questo è un dato da cui occorrerebbe partire quando si parla della politica che il governo Berlusconi ha fatto, negli otto anni in cui ha governato nel primo decennio del ventunesimo secolo, sull’istruzione di massa e da cui, se riusciremo ad emergere, dovremmo ripartire per costruire un’altra Italia.

Ma la situazione italiana è caratterizzata, nello stesso tempo, dalla centralità di un conflitto di interessi che nessuno degli attori dello scontro politico ha voluto risolvere. Abbiamo un presidente del Consiglio che continua a influenzare pesantemente cinque dei sei canali della tv analogica e, in questo modo, continua ad esercitare una egemonia culturale già conquistata nei primi anni novanta, cioè vent’anni fa.

Ma torniamo al libro di Berardi e di Formenti da cui siamo partiti all’inizio. Dalla galassia Facebook che ha reso la dimensione relazionale così veloce e vasta da farla diventare per certi versi impossibile da controllare, al fenomeno Wikileaks di Julian Assange che ha squarciato il velo della apparente neutralità della rete e ancora alla discussione, sempre aperta, su democrazia e Internet e alla questione della attuale reazione soft al fallimento economico del liberismo europeo e americano, si profilano nel dibattito tra i due studiosi tutti gli scenari centrali del tempo in cui stiamo vivendo.

Esiste un’alternativa culturale da proporre nei paesi modernizzati (come di fatto è ormai l’Italia) e in quelli che si affacciano ora alla modernità (come quelli sconvolti dalle ultime rivolte)? La risposta non è semplice. Berardi e Formenti mettono in luce con chiarezza le contraddizioni del nostro tempo ma non espongono, almeno in questa sede, i fondamenti di un modello di sviluppo alternativo a livello nazionale e mondiale. Sarà il caso di riparlarne in una prossima occasione.

http://www.nicolatranfaglia.com/blog/2011/08/18/qui-ci-vule-una-rivoluzione-culturale